La Storia · 1613 — 1620
Un uomo attraversò il mondo. Tu ne cammini l’ultimo tratto.
Quattro secoli fa un samurai partì dall’altro capo della Terra e arrivò fino a Roma, dopo aver attraversato due oceani. Questa è la sua storia e il motivo per cui, oggi, può diventare la tua.
Un cammino di significato
Ci sono cammini che si fanno per le gambe, e cammini che si fanno per l’anima. Questo nasce da un viaggio vero: trentamila chilometri, due oceani, sette anni. Di quell’impresa immensa, a te ne restano centosette chilometri — l’ultimo tratto, quello che Hasekura e il suo seguito percorsero lungo la via Aurelia, in carrozza e a piedi.
-
Il mondo da cui venne
Nel 1549 il gesuita Francesco Saverio sbarca in Giappone per portarvi il cristianesimo. La fede attecchisce troppo in fretta, per chi comanda. Nel 1597 ventisei cristiani vengono crocifissi a Nagasaki, i primi martiri del Giappone; nel 1614 un editto ordina l’espulsione di tutti i missionari. È in questo Giappone dove credere sta diventando pericoloso che il potente signore di Sendai, Date Masamune, concepisce un’idea audace: mandare un’ambasceria dall’altra parte del mondo, dal re di Spagna e dal Papa, per aprire commerci e chiedere missionari.
-
L’uomo scelto
A guidarla sceglie un suo samurai: Hasekura Tsunenaga. Non è un principe, ed è un uomo su cui pesa un’ombra. Suo padre è stato giustiziato per corruzione, e per la legge dell’epoca anche il figlio dovrebbe cadere con lui.
Date gli offre invece un’ultima possibilità: mettersi a capo della missione più ardita mai tentata. Hasekura parte così non solo per il suo signore, ma per riscattare il proprio nome. Ogni pellegrino sa cosa significa mettersi in cammino per rimettere in ordine qualcosa.
-
La partenza
28 ottobre 1613. Il galeone San Juan Bautista costruito in Giappone con maestri d’ascia spagnoli molla gli ormeggi con quasi centottanta persone a bordo: samurai, mercanti, marinai, frati. Davanti a loro, un oceano che quasi nessun giapponese aveva mai attraversato.
-
Il mondo intero
Tre mesi di Pacifico fino ad Acapulco. Poi il Messico via terra, una sosta all’Avana, l’Atlantico, la risalita del Guadalquivir. A Madrid Hasekura incontra il re Filippo III e riceve il battesimo: da quel giorno porta anche un nome cristiano, Filippo Francesco.
Una tempesta lo getta a Saint-Tropez — la prima volta che un giapponese mette piede in Francia. Mentre lui viaggia, a Roma Galileo è davanti all’Inquisizione e a Londra Shakespeare è ancora vivo: è quel mondo, quel momento esatto della storia. In tutto, il suo viaggio misurerà quasi trentamila chilometri.
Trentamila chilometri
Di tutto quel viaggio, l’ultimo tratto è il tuo
L’arrivo
20 ottobre 1615: la nave entra nel porto di Civitavecchia. Da qui la delegazione risale verso Roma. A novembre Hasekura, in abito da samurai, si inginocchia davanti a Papa Paolo V e gli consegna due lettere ornate d’oro.
Roma lo accoglie con grandi onori: il 19 novembre il Senato gli concede la cittadinanza romana, in un documento che si conserva ancora a Sendai.
Il tratto che cammini tu
Dal mare di Civitavecchia fino al Quirinale: questi centosette chilometri sono esattamente il cammino che, quattro secoli dopo, porti a termine tu.
Il ritorno
Ma mentre Hasekura tornava, il mondo alle sue spalle era cambiato. In Giappone il cristianesimo era ormai bandito; quando sbarca a Nagasaki, nel 1620, la sua missione è già senza speranza. Il trattato che aveva cercato dall’altra parte del pianeta non si farà mai.
Eppure — ed è qui che la storia si fa grande — pare che Hasekura non abbia mai rinnegato la fede attraversata in mezzo mondo. I suoi stessi discendenti saranno giustiziati perché cristiani. Morì nel 1622. Il suo viaggio, dimenticato per due secoli e mezzo, non aveva “funzionato”. E resta, ancora oggi, uno dei più straordinari mai compiuti.
«Alcuni viaggi non si misurano da ciò che ottengono, ma da ciò che rendono chi li compie.»
1571 — 1622
Le tappe di una vita in viaggio
-
1549Francesco Saverio porta il cristianesimo in Giappone.
-
1597I ventisei martiri di Nagasaki: la persecuzione ha inizio.
-
161328 ottobre: la missione Keichō salpa dal Giappone.
-
1614Attraversato il Pacifico, l’ambasceria sbarca ad Acapulco.
-
1615Madrid: incontro con Filippo III e battesimo di Hasekura.
-
161520 ottobre: arrivo a Civitavecchia. 25 ottobre: udienza privata al Quirinale. 3 novembre: udienza pubblica.
-
1620Ritorno in Giappone, ormai chiuso al cristianesimo.
-
1622Hasekura muore. La sua impresa sarà riscoperta solo nel 1873.
Perché impersonare Hasekura
Perché dovrei farlo?
Perché il Cammino di Hasekura non ti chiede di guardare la sua storia. Ti chiede di entrarci — e di camminare le stesse strade con cui lui, forestiero venuto da lontanissimo, arrivò a Roma.
Cammini l’ultimo miglio di un’impresa immensa
Non un percorso qualunque: la tappa finale di trentamila chilometri. Arrivi tu, oggi, esattamente dove arrivò lui allora.
Parti per rimettere qualcosa in ordine
Hasekura partì per riscattare il proprio nome. Ognuno cammina portando con sé qualcosa da sciogliere: è la parte più antica e più vera di ogni cammino.
Diventi lo straniero che ce l’ha fatta
Vieni da lontano, come lui; e come lui, arrivi. Il cammino ti fa forestiero e pellegrino insieme, e ti consegna la Città Eterna a piedi.
Scopri che arrivare conta più di vincere
La sua missione fallì, e vale ancora. Non cammini per un risultato: cammini per ciò che il cammino fa di te.
Il Cammino di Hasekura e dei Martiri Giapponesi
Un cammino nuovo su una strada antichissima
Da Civitavecchia a Roma sulle orme del samurai, comune per comune.
Tra Civitavecchia e Roma corre una delle strade più battute della storia. Prima dei Romani vi passarono gli Etruschi: da Caere, città raffinata dove le famiglie romane mandavano i figli a formarsi nelle arti e nella cultura, le merci scendevano al mare e risalivano verso il Tevere, che presso l’Isola Tiberina si lasciava attraversare con facilità. Vennero poi le legioni, che fecero dell’antica Dodecapoli una terra di Roma, le invasioni, i conflitti tra Bizantini e Longobardi, i lunghi secoli del Patrimonio di San Pietro, il passaggio degli eserciti francesi e, per ultime, le truppe del Regno d’Italia.
In tempi vicini a noi il litorale ha conosciuto la corsa alle seconde case, i viaggi da e per la Sardegna, le domeniche a tavola nei ristoranti di pesce di Civitavecchia e al mare sulle spiagge della costa romana.
Il Cammino di Hasekura è diverso da ogni passaggio che l’ha preceduto. Inserito dal Ministero del Turismo, con decreto del 23 marzo 2023, nel Catalogo dei cammini religiosi italiani e reso fruibile a camminatori e sportivi, ripercorre un episodio che non fu né un’invasione né la partenza di conquistatori verso terre nuove. Nell’autunno del 1615 arrivò a Civitavecchia dal mare, con una nave genovese partita da Barcellona, la delegazione della missione Keichō, guidata dal samurai Hasekura Tsunenaga Rokuemon per conto di Date Masamune, potente signore di Sendai, e dal francescano spagnolo Luis Sotelo.
Già nel 1585 quattro giovani nobili giapponesi, condotti dai gesuiti, avevano raggiunto Roma al tempo di Gregorio XIII, ma con scopi religiosi legati all’ordine che li accompagnava. Con Hasekura il Giappone si presentava per la prima volta con una vera ambasciata, dal duplice scopo commerciale e religioso: stabilire rapporti diretti con la Nuova Spagna, il Messico, e con l’Europa, evitando di passare per le Filippine, e offrire in cambio un clima più favorevole ai missionari cattolici. Al papa Hasekura portava l’omaggio del suo signore e il desiderio di ricucire i rapporti con la Santa Sede dopo la vicenda dei martiri di Nagasaki, la stessa che il cammino ricorda con una sosta a Civitavecchia.
Alle spalle di quegli uomini c’era un viaggio che ancora oggi sembra incredibile. Erano partiti il 28 ottobre 1613 su un galeone di tipo europeo costruito appositamente sulla costa del territorio di Sendai con le direttive dello spagnolo Sebastián Vizcaíno, un vascello senza cannoni, perché fosse chiara la finalità pacifica della spedizione. Erano circa centottanta persone: samurai, marinai, mercanti, servitori.
L’Oceano Pacifico richiese quasi tre mesi, fino ad Acapulco; poi il Messico, l’Avana, l’Atlantico, l’Andalusia, la lunga marcia fino a Madrid, dove, dopo altri mesi di attesa, Hasekura ricevette il battesimo e il nome di Filippo Francesco Faxecura, e infine l’imbarco a Barcellona. Molti dei compagni rimasero per strada, in Messico e in Spagna, e lasciarono una discendenza che ancora oggi porta il cognome «Japón».
Fu una missione in controcorrente rispetto a quella dei tanti religiosi partiti dall’Europa verso l’Oriente. A guidare il gruppo, insieme al francescano Sotelo, era un diplomatico di straordinaria lucidità: Hasekura sapeva che il suo aspetto, i suoi gesti e i suoi abiti suscitavano nella società europea una curiosità carica di fascino, e ne fece uno strumento della sua missione. Accanto a lui i francescani, mossi da una fede incrollabile.
La vicenda ha anche un’amara ironia: mentre l’ambasciata portava in Europa la notizia di un Giappone quasi interamente convertito, in patria, all’insaputa dei viaggiatori, riprendevano le persecuzioni contro i cristiani, che avrebbero chiuso il paese all’Occidente per oltre due secoli. Un fenomeno ancora tutto da riscoprire e da studiare.
Il cammino che vi proponiamo percorre, con i necessari adattamenti alle condizioni di oggi, l’ultima parte di quel viaggio: poco più di cento chilometri da Civitavecchia a Roma, tra il mare, le torri costiere, le riserve naturali e la campagna romana, fino al Quirinale. Dove lo scenario è cambiato, il viaggiatore è invitato a immaginarlo con gli occhi di allora; dove è rimasto uguale, a riconoscerlo. Le pagine che seguono lo raccontano comune per comune: Civitavecchia, Santa Marinella, Cerveteri, Ladispoli, Fiumicino e Roma.
«Hasekura!» «Hasegawa!»
Chi percorre il Cammino di Santiago si saluta con «Ultreia!» e «Suseia!». Sul Cammino di Hasekura ciascuno è libero di scegliere le parole del proprio augurio; ai camminatori che amano le tradizioni suggeriamo però uno scambio che unisce il riconoscersi lungo la strada e l’omaggio ai due nomi da cui tutto nasce: «Hasekura!», a cui si risponde «Hasegawa!». Il secondo è quello di Lucas Ryuzo Hasegawa, il pittore giapponese che nel Novecento riportò a Civitavecchia, con i suoi affreschi, la memoria di quell’incontro.
Civitavecchia
Il cammino oggi: tappa 1
Il cammino comincia dove cominciò l’avventura italiana di Hasekura: a Civitavecchia, ai piedi della sua statua, a pochi passi dalla Rocca che lo ospitò. Per chi non conosce la città serve un piccolo sforzo di immaginazione, perché quella che vide il samurai era molto diversa da quella di oggi, e non soltanto per le distruzioni dell’ultima guerra.
Il viaggio di Hasekura
Il gruppo, lasciata Barcellona su un bastimento spagnolo e fatto scalo a Saint-Tropez, Savona e Genova, su una nave questa volta genovese, dopo quattro giorni di mare entrò nel porto di Civitavecchia dalla bocca di Levante.
Dal ponte, la delegazione, in cui si contavano i frati, l’interprete Scipione Amati, autore della cronaca dell’ambasciata, e lo stesso Hasekura, abbracciava con lo sguardo la città fortificata: i campanili, la Rocca con la torre merlata più alta di ogni altro edificio, il Forte con il suo mastio e le torri angolari dai tetti conici e, proprio all’ingresso, la lanterna del nuovo faro, ancora fasciata dai ponteggi, eretta da Paolo V Borghese, il pontefice da cui erano diretti.
L’ancora fu gettata nel bacino principale. Amati scese a terra con una feluca per presentarsi al governatore Severolo e annunciare l’arrivo degli ambasciatori, e Hasekura e Sotelo furono poi ospitati nella Rocca, dove trovarono alloggio e riposo; la sera stessa scrissero al nipote del papa, il potentissimo cardinal Scipione, per chiedere il permesso di raggiungere Roma.
L’arrivo avvenne il 20 ottobre 1615, secondo gli studi più recenti sulla cronaca di Amati; per tradizione si era invece festeggiato il 18, dal gemellaggio del 1971 fino al quattrocentesimo anniversario del 2015. Il 24 ottobre la delegazione lasciò la città e prese la via del sud.
Per uscire da Civitavecchia il corteo passò da Porta Romana, lasciandosi alle spalle le nuove difese bastionate che Paolo V aveva fatto progettare all’architetto maceratese Pierpaolo Floriani. Alla destra aveva il Tirreno con le sue piccole baie; alla sinistra, in lontananza sotto le alture dell’entroterra, la torretta del Palazzaccio; poco dopo si incontrava la torre del Marangone, oggi quasi invisibile tra le costruzioni del porto e il villaggio della Repubblica dei Ragazzi.
Tutt’intorno macchia mediterranea, qualche vigna e campi di grano, tra cui i terreni dei francescani, la tenuta del fosso del Lauro, noti popolarmente come un favoloso «Campo dell’oro», luogo di tesori nascosti. Oggi quel tratto è una fascia urbanizzata che conduce a Riva di Traiano.
Storia e luoghi
Civitavecchia nasce come Centumcellae, il porto fatto costruire da Traiano all’inizio del II secolo davanti alla sua villa marittima. Il Museo Archeologico Nazionale, ospitato in un edificio settecentesco vicino al porto, racconta la storia di Centumcellae, delle ville costiere e delle Terme Taurine, e dedica una sezione a Leopoli-Cencelle, la città medievale fondata nell’854 per ordine di Leone IV.
Il Forte Michelangelo, voluto da Giulio II per difendere il porto dai pirati, ebbe la prima pietra il 14 dicembre 1508 su progetto di Bramante, fu proseguito da Antonio da Sangallo il Giovane e completato nel 1537 sotto Paolo III, dedicato all’arcangelo Michele; il nome lo ha collegato a Michelangelo Buonarroti, ma si tratta di una tradizione locale priva di riscontri. Della città che vide Hasekura resta poco, perché la guerra ne ha cancellato gran parte del nucleo storico; ma il porto, il Forte e la Rocca sono lì a ricordare quella scena.
Il gemellaggio con Ishinomaki, la città giapponese da cui partì la missione, stretto nel 1971, è presente in più punti della città. Davanti alla statua di Hasekura, con il racconto del viaggio narrato nelle lapidi di marmo e nella mappa che la circondano, si capisce perché questo luogo sia il punto di partenza più simbolico.
Poco lontano, nel giardino detto «Pincio», accanto alla Sede Comunale e alla Sala Consiliare, un grande masso inciso con testi in due lingue è l’ultima testimonianza del giardino giapponese che Ishinomaki donò alla città in occasione del gemellaggio.
Il cammino passa quindi davanti alla chiesa dei Santi Pietro Battista e Compagni Martiri Giapponesi. La sua storia è inseparabile da quella della missione: nel 1597, a Nagasaki, ventisei cristiani, sei missionari spagnoli e venti giapponesi, furono crocifissi per ordine del reggente Toyotomi Hideyoshi; prese avvio così l’iter che portò alla canonizzazione, conclusa l’8 giugno 1862. La chiesa fu consacrata il 13 giugno 1872 con le offerte raccolte per la causa di canonizzazione; distrutta dai bombardamenti del 30 agosto 1943, venne ricostruita e riconsacrata il 4 ottobre 1950.
Le pareti erano ancora spoglie quando il pittore giapponese Lucas Ryuzo Hasegawa (1897-1967), convertito al cattolicesimo e giunto a Roma per l’Anno Santo, ricevette dal rappresentante del Giappone presso la Santa Sede, Agostino Kanayama, la proposta di affrescarle. Lavorò alla chiesa dal 1951 al 1957; l’abside fu inaugurata il 10 ottobre 1954. Vi compaiono la celebre Madonna in kimono con il Bambino, la scena dei ventisei martiri crocifissi a Nagasaki il 5 febbraio 1597, san Francesco Saverio e san Francesco d’Assisi e, ai lati, santa Fermina, patrona della città, e lo stesso Hasekura Tsunenaga.
Da non perdere
- La statua di Hasekura e la mappa del viaggio
- Il giardino «Pincio» con il masso del gemellaggio
- La chiesa dei Martiri Giapponesi con gli affreschi di Hasegawa
- Il Forte Michelangelo e il porto
- Il Museo Archeologico Nazionale, che permette di capire la città che Hasekura non poteva più vedere, la Centumcellae romana
Santa Marinella e Santa Severa
Il cammino oggi: tappe 1 e 2
A Santa Marinella il cammino lascia per un tratto la via Aurelia e segue il lungomare, passando proprio ai piedi del castello Odescalchi. È uno dei luoghi in cui si legge meglio la stratificazione di questo litorale: i porti etruschi e romani, le ville marittime, le torri pontificie, e poi, sopra tutto, la fila di stabilimenti balneari del Novecento.
Il viaggio di Hasekura
Giunti a Capo Linaro, i viaggiatori ammirarono la torre Chiaruccia: sulla stessa punta, Guglielmo Marconi condurrà negli anni Trenta del Novecento i suoi esperimenti sulle onde radio e la torre fu fatta saltare dai tedeschi nell’ultima guerra. Oltrepassato il capo la comitiva guadò un torrente su un ponte di epoca romana e giunse davanti alle imponenti rovine di Castrum Novum, colonia romana che si spinge fino al mare, dove restano le tracce di un piccolo porto.
Da lì in poi le terre appartenevano all’Arcispedale di Santo Spirito in Saxia e le colture si facevano più curate. Santa Marinella era allora un borgo minuto, stretto attorno al castello, con una stazione di posta e un approdo.
Più avanti, su un promontorio, si distinguevano i ruderi della villa delle Grottacce con la sua peschiera a semicerchio, visibile dal mare, poi sepolcri, stele e un gruppo di rilievi ravvicinati che erano in realtà tumuli etruschi, accanto ai cippi che indicavano la distanza da Roma.
Dove la costa cambia direzione si apriva una pianura larga, con il mare a destra e i Ceriti a sinistra; l’unico edificio di rilievo era il castello di Santa Severa, circondato da vecchi insediamenti e da qualche casale. Un lungo viale rettilineo lo univa all’Aurelia, e qui la missione concluse il primo giorno di cammino.
Ambasciatori e samurai di rango cenarono nelle sale del castello, mentre per gli altri la notte trascorse, con ogni probabilità, nella corte. Per quei viaggiatori era una fortezza dalla forma sconosciuta, simile per scopo, ma non per aspetto, alle rocche del loro paese.
Storia e luoghi
Il castello di Santa Severa sorge nel luogo di Pyrgi, il porto della città etrusca di Caere; conserva nelle mura le tracce del castrum romano della prima metà del III secolo a.C. e fu abitato senza interruzioni per secoli.
Nel 1068 il conte Gerardo di Galeria donò castello e chiesa all’abbazia di Farfa; nel 1482, per volontà di Sisto IV, passò all’Ordine di Santo Spirito, che ne restò proprietario per circa cinquecento anni, fino al 1980, e nel quale nacque il borgo. Durante l’ultima guerra fu una base dei tedeschi. Oggi appartiene alla Regione Lazio, nel comune di Santa Marinella, e si visita insieme al borgo, con il museo e l’ostello: l’aspetto è mutato poco da come lo vide Hasekura.
Santa Marinella ha una storia non meno antica. Il suo nome richiama la stazione romana di cambio dei cavalli «Ad Malum Punicum», sulla via Aurelia, tra Pyrgi e Castrum Novum, fondata come fortezza nel 264 a.C. Nel 1435 papa Eugenio IV concesse la tenuta ai canonici di Santo Spirito in Sassia, e nel 1887 il castello e la tenuta passarono al principe Baldassarre Odescalchi.
Il litorale conserva vari ponti romani della via Aurelia, tracciata nel III secolo a.C. su percorsi etruschi, e, a ricordo dell’antichissimo culto del luogo, il santuario etrusco di Menerva (Minerva) a Punta della Vipera, fondato verso il 530 a.C. accanto a una grande peschiera romana.
Da non perdere
- Le rovine di Castrum Novum e il porto romano
- I ponti romani della via Aurelia
- Il castello di Santa Severa con il suo borgo, e l’Area Sacra di Pyrgi sulla spiaggia, accanto al castello, che rivela uno dei luoghi di culto più importanti dell’Etruria con le sue tre lamine d’oro del V-IV secolo a.C., scoperte nel 1964 e contenenti il testo della consacrazione del tempio alla dea Uni/Astarte in lingua etrusca e in lingua fenicia
- La passeggiata sul lungomare con il castello sullo sfondo, un’immagine tra le più belle di tutto il cammino
Cerveteri
Il cammino oggi: tappa 2
Il cammino attraversa soltanto il tratto costiero del territorio di Cerveteri, lungo il mare; il centro storico si trova nell’entroterra e non fa parte del percorso ufficiale. Cerveteri è tuttavia una presenza costante, come lo era per i viaggiatori giapponesi: a sinistra i modesti rilievi dei Monti Ceriti, con le rocce del Sasso, e le sagome lontane delle mura e del castello di Caere Vetus, la «Vecchia Caere».
Il viaggio di Hasekura
Il mattino seguente il gruppo riprese l’Aurelia e valicò con ponti antichi i fossi del Perazzeto e della Sassettara, mentre sulla sinistra spiccava il monte Sassone. Si susseguivano il casale di Cento Corvi (oggi Casal Turbino), la tenuta del Sasso dei marchesi Patrizi con il suo granaio, quella dei Salviati con Montetosto e il fosso Zambra; lontano, contro il mare, forse si intuiva Torre Flavia.
Verso l’interno si riconoscevano le mura turrite e il castello di Cervetre, altro nome medioevale del luogo; poi veniva l’osteria di Vaccina. Era un paesaggio dove poche costruzioni punteggiavano grandi spazi aperti: casali, osterie di posta e torri sulla costa.
Storia e luoghi
Cerveteri è l’antica Caere, una delle più ricche città etrusche, che dal VII secolo a.C. dominò i traffici tirrenici e controllava, tramite i porti di Pyrgi e di Alsium, la costa che stiamo percorrendo. Fu una città dotta: le fonti antiche ricordano che i Romani vi mandavano i figli a ricevere un’educazione culturale e artistica, prima che nel 273 a.C. la ribellione della città a Roma portasse alla perdita di parte del suo territorio costiero, dove fu dedotta la colonia di Fregenae. Camminando lungo questa costa si cammina, in un certo senso, nel territorio marittimo di Caere.
Ai tempi di Hasekura la costa tra Santa Severa e Ladispoli era in gran parte una distesa di acquitrini, che dall’Aurelia si intravedeva verso il mare con la sagoma di Torre Flavia sullo sfondo. Le bonifiche hanno cancellato quel paesaggio; ne resta un lembo protetto, il Monumento naturale Palude di Torre Flavia, alla periferia nord di Ladispoli e al confine con Cerveteri, rifugio degli uccelli migratori.
La torre, cinquecentesca e restaurata dal cardinale Flavio Orsini, è ridotta a ruderi in parte consumati dal mare: il cammino di oggi, che segue il nuovo tracciato, le passa a fianco, mentre la comitiva del 1615 sull’Aurelia la scorgeva soltanto da lontano.
Più a nord, tra Santa Severa e Marina di Cerveteri, a poco più di un chilometro dal tracciato si trova un’altra grande oasi, la Riserva Naturale di Macchiatonda, una zona umida con stagni, giuncheti e un boschetto di alloro, attraversata dalla rete di percorsi naturalistici della strada dell’idrovora e della strada dei capanni.
Da non perdere
- La Riserva di Macchiatonda, con i suoi stagni e i suoi sentieri naturalistici
- La Palude di Torre Flavia e i suoi ruderi, per chi ama l’osservazione degli uccelli
- Il lungomare di Marina di Cerveteri
Ladispoli
Il cammino oggi: tappe 2 e 3
Ladispoli è il comune più giovane dell’area e, insieme, tra i più antichi: la città moderna fu fondata nel 1888 dal principe Ladislao Odescalchi, da cui prende il nome, ma il suo territorio custodisce le tracce di Alsium, il porto etrusco di Caere divenuto colonia romana. Per il camminatore è il comune del castello di Palo e di una delle ultime zone naturali tra Santa Severa e Fiumicino.
Il viaggio di Hasekura
Dopo il fosso Sanguinara compariva sulla destra il castello di Palo, proprietà degli Orsini: nel 1509 era stato venduto con tutta la tenuta a Felice Orsini della Rovere, e vi aveva soggiornato Leone X. Chi viaggiava nella carrozza del cardinale, e dunque gli ambasciatori, lo raggiungeva per un sentiero campestre; gli altri proseguivano a piedi sull’antica Aurelia fino a Monteroni, dove sorgeva una grande osteria con quattro torri d’angolo.
Anche il castello di Palo aveva quattro torri cilindriche; ad Hasekura rimasero impressi il vasto parco e la vista diretta sul mare.
Procedendo vicino alla costa si incontravano i resti di un antico abitato romano, con una villa, e infine il casale fortificato di Monteroni, restaurato da poco, accanto a una piccola necropoli etrusca di tumuli da cui il luogo prende il nome. Una delle torri era adibita a oratorio, e per molto tempo il casale fu l’unica stazione di posta fra Roma e Civitavecchia.
Storia e luoghi
Il castello di Palo, ricordato già nel 1132 e documentato come Castrum Pali dal 1330, appartenne agli Orsini e passò nel 1693 agli Odescalchi, che ne sono ancora oggi i proprietari. Fu uno dei punti strategici della costa pontificia: da qui si controllavano il mare e la strada per Roma.
Oggi è circondato dall’Oasi di Palo, nata nel 1980 su terreni degli Odescalchi, una fitta vegetazione cresciuta nei secoli successivi alla missione e che chiude la visuale verso il mare; il cammino la costeggia lungo la pista ciclabile e recupera il percorso della «Passeggiata di Caravaggio», con cartelli che raccontano la sosta del pittore al castello e le molte produzioni cinematografiche girate intorno alla Posta Vecchia.
Da non perdere
- Il castello Odescalchi e l’Oasi di Palo
- La Passeggiata di Caravaggio
- Il lungomare di Ladispoli e la costa di Marina di San Nicola, dove il paesaggio balneare lascia lentamente spazio alla campagna di Palidoro
Fiumicino
Il cammino oggi: tappe 3, 4 e 5
Il comune di Fiumicino, autonomo dal 1992, comprende alcune delle località più riconoscibili dell’intero cammino: Palidoro, Passoscuro, Maccarese, Fregene e Parco Leonardo. È un tratto lungo e vario, in cui il percorso passa dalla spiaggia e dalle dune alla campagna delle bonifiche, e poi ai quartieri nati negli ultimi decenni a ridosso del Tevere.
Il viaggio di Hasekura
A Palidoro la comitiva sostò per il pranzo. L’Aurelia passava accanto alla massiccia torre di Palidoro, mentre poco più in là si alzavano le torri a pianta quadrata del castello di Statua, crollate nel 1944; il fosso Cupino si scavalcava con un ponte a campata unica di travertino, da cui si scorgeva un grande sepolcro circolare.
Si entrava quindi nel borgo, con la chiesa dei Santi Filippo e Giacomo. Palidoro, la Curtis Palidori, nel 1360 passò all’Ospedale di Santo Spirito, che ne conservò l’intera tenuta. Il pranzo fu, come quasi ovunque nel viaggio, ricco e generoso: l’abbondanza delle accoglienze è uno dei fili che attraversano la cronaca dell’ambasceria.
L’itinerario storico proseguiva per Torrimpietra, dove si ammiravano palazzo Falconieri con la sua fontana e la torre del Pagliaccetto, poi per Maccarese, con il borgo dominato dal medievale castello di San Giorgio, in seguito dei Rospigliosi.
Qui, come a nord di Civitavecchia e nell’Agro Pontino, il territorio era segnato da paludi incolte e insalubri, che correvano parallele al mare dietro la spiaggia e le dune. La pineta che ancora oggi vediamo risale al 1666, quando la piantò Clemente IX; Fregene era allora un villaggio di pescatori.
Più avanti si passava l’Arrone, emissario del lago di Bracciano, e il casale trecentesco della Bottaccia, per giungere alla stazione di posta di Castel di Guido, l’antica Lorium, dove nel 161 d.C. era morto l’imperatore Antonino Pio.
Storia e luoghi
A Palidoro la torre costiera, nota come Torre Perla, sorge su una precedente villa marittima romana e domina un paesaggio agrario compreso nella Riserva Naturale Statale del Litorale Romano.
Il 23 settembre 1943, presso questa torre, il vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto fu ucciso dopo aver salvato ventidue persone innocenti, offrendo la propria vita al posto loro; una stele di marmo lo ricorda dal 1960. Alle spalle si estendono le dune, rifugio di uccelli come il fratino e di piante rare come il giglio di mare, che il cammino percorre per un tratto lungo la spiaggia.
A sud, Maccarese e Fregene raccontano una storia di acque e di lavoro. Maccarese, a lungo proprietà di grandi famiglie romane, fu bonificata a partire dal 1925 e popolata da coloni veneti e mantovani.
Fregene, al posto dell’antica colonia marittima romana di Fregenae, fondata verso la metà del III secolo a.C. sulle terre tolte a Caere, rinasce nel Novecento come stazione balneare, nel quadro delle grandi opere di bonifica del litorale.
Il cammino passa a poca distanza dalla torre di Palidoro, percorre le dune di Passoscuro, attraversa l’abitato, costeggia Fregene lungo la pineta e la pista ciclabile, passando non lontano dalla torre costiera di Maccarese, poi tocca Fiumicino e piega verso Parco Leonardo, il quartiere moderno attorno alla stazione che segna il passaggio dalla campagna alla città. Il castello di San Giorgio e la campagna delle bonifiche di Maccarese restano nell’entroterra.
Da non perdere
- La torre Perla di Palidoro con la stele di Salvo D’Acquisto
- Le dune di Passoscuro e la riserva
- La pineta e la pista ciclabile di Fregene
- Per chi ha tempo, il castello di San Giorgio a Maccarese e il porto di Claudio e Traiano, a Fiumicino, che per secoli alimentò i traffici di Roma
Roma
Il cammino oggi: tappe 5 e 6
Nell’ultima parte del cammino i cambiamenti rispetto al passato sono più evidenti. Nei primi anni del Seicento Roma è il centro di una grande trasformazione culturale e artistica, che incide su ogni aspetto della vita; anche il volto urbano muta, con nuovi monumenti e nuove piazze innestate sulla rete di strade tracciata da Sisto V.
Il camminatore di oggi arriva invece da una periferia di edilizia intensiva che ha cancellato la campagna romana, i coltivi e gli orti che ancora lambivano le mura vaticane. Meno cambiato è il centro: le strade conservano un aspetto molto simile e la veduta della doppia rampa del Campidoglio è sostanzialmente la stessa.
Il viaggio di Hasekura
Dopo Castel di Guido la strada scendeva lasciando intravedere tratti di antico basolato presso il Podere della Salita; si toccava Malagrotta, lungo il rio Galeria, il cui nome ricorda un vecchio mulino in rovina, la Mola Rupta, e si passava davanti al Casaletto di Pio V. Il paesaggio incolto cedeva il posto a vigne e poderi coltivati.
A un bivio il vetturino scelse la sinistra, verso Porta Cavalleggeri, la più vicina a San Pietro e ai palazzi vaticani, e non la destra, verso Porta San Pancrazio. Poi la strada piegò, passò davanti a Santa Maria del Riposo e a una cappella di sant’Antonio, e davanti agli occhi comparve lo spigolo di un grande bastione triangolare delle mura vaticane.
Le mura furono seguite fino a Porta Fabrica; la porta dei Cavalleggeri introdusse in città, e subito si vide l’obelisco al centro della piazza davanti alla basilica, lì trasportato nel 1586 per volere di Sisto V dai resti dell’antico Circo di Caligola poco lontani.
Il colonnato di Gian Lorenzo Bernini non esiste ancora, bisognerà attendere ancora più di cinquant’anni (1656-1667) e sarà ispirato all’architetto ed al papa Alessandro VII Chigi proprio dalla forma del porto di Civitavecchia.
Qui, racconta la ricostruzione di Emanuela Biscotto nella sua tesi del Master OPEN, padre Sotelo fece fermare la carrozza, scese e si inginocchiò a baciare la terra, invitando Hasekura a fare lo stesso: era il suo modo di ringraziare Dio, la Vergine, san Francesco e tutti i santi per averli condotti sani e salvi alla fine di un cammino così lungo. Era il pomeriggio del 25 ottobre 1615.
Secondo la cronaca di Amati, la delegazione non si fermò però nel convento che l’attendeva: raggiunse subito il palazzo del Quirinale, allora detto Monte Cavallo, dove Paolo V la ricevette in privato, tra le guardie svizzere schierate lungo le scale. Hasekura e Sotelo si inginocchiarono tre volte e si prostrarono ai piedi del papa, che li accolse con parole affettuose e si rallegrò per la conversione di una terra tanto lontana.
Solo a sera, con una carrozza messa a disposizione dal pontefice, i giapponesi salirono al convento dell’Aracoeli, dove i francescani li ospitarono per tutto il soggiorno romano.
Dal Campidoglio di Michelangelo, dove già da un quarto di secolo i fedeli si affidavano al Santo Bambino, lo sguardo correva sui simboli più alti della civiltà e della religione dell’Europa di allora. Mancava ancora il bianco Altare della Patria, inaugurato nel 1911 sul progetto di Giuseppe Sacconi dopo la demolizione di un gruppo di edifici medievali e antichi, e il Milite Ignoto sarebbe arrivato nel 1921.
Il 29 ottobre fu la volta dell’ingresso solenne: il corteo a cavallo, con trombe, tamburi, guardie svizzere e nobili romani, uscì da Porta Angelica, attraversò piazza San Pietro e Borgo, passò il Tevere sul ponte di Castel Sant’Angelo e salì fino al Campidoglio, dove Hasekura ringraziò il Senato e i Conservatori di Roma, per poi tornare all’Aracoeli.
Chi sale oggi la lunga scalinata medievale dell’Aracoeli, di 124 gradini, raggiunge il luogo dove il corteo si concluse; chi prosegue verso il Quirinale, tra i resti dei grandi edifici traianei e sotto la Torre delle Milizie, arriva alla piazza dove si innalzano l’obelisco e le statue dei Dioscuri, gemelle di quelle capitoline: la stessa piazza che Hasekura vide il primo giorno del suo soggiorno romano.
Il 3 novembre l’ambasceria fu ricevuta in udienza pubblica da Paolo V e Hasekura consegnò di persona la lettera di Date Masamune. Il 19 novembre il Senato romano gli concesse la cittadinanza romana, estesa il giorno dopo ad altri membri della missione; il documento si conserva ancora a Sendai.
La delegazione prese congedo dal papa il 4 gennaio 1616 e partì tra il 6 e il 7. Hasekura rientrò in Giappone il 22 settembre 1620 e morì nel 1622, a cinquantun anni. Sul Quirinale, nella Sala Regia del palazzo (oggi Sala dei Corazzieri), un affresco del 1617 raffigura Hasekura, Luis Sotelo e quattro dignitari giapponesi.
Per i giapponesi, ormai abituati dopo tanto viaggio a un flusso continuo di immagini, la Roma di Paolo V fu comunque un’esplosione di meraviglie: un cantiere a cielo aperto, come lo era a suo modo la stessa Civitavecchia, nel pieno dell’attività edilizia dei Borghese.
Il cammino oggi
Il camminatore di oggi arriva da Parco Leonardo e raggiunge il Tevere, che accompagna a lungo; costeggia gli spazi dell’ex ippodromo di Tor di Valle, lambisce l’EUR e attraversa quartieri residenziali che si fanno più densi via via che il centro storico si avvicina.
A Trastevere il percorso sfiora la chiesa di Santa Maria dell’Orto: lì una cappella custodisce il quadro di Giuliano Nakaura, il sacerdote giapponese che aveva partecipato alla missione precedente, quella del 1585, e che, tornato in patria, fu martirizzato. Ai martiri come lui è dedicata la chiesa di Civitavecchia da cui il cammino ha preso le mosse. Il cammino raggiunge quindi San Pietro e Castel Sant’Angelo, sale all’Aracoeli e termina al Quirinale.
Da non perdere
- San Pietro, con la piazza com’era allora, priva del colonnato ma già affacciata sulla facciata nuova del Maderno
- Santa Maria dell’Orto a Trastevere
- La scalinata del Campidoglio e l’Aracoeli con i suoi 124 gradini
- Il Quirinale con la piazza dei Dioscuri e, quando è aperto al pubblico, il palazzo con la Sala dei Corazzieri
Qui il cammino si conclude, e con esso un viaggio che, tra andata e ritorno, durò quasi sette anni. La «scoperta dell’Europa» (come enunciava la grande mostra allestita a Ishinomaki nel 2001) fu una impresa memorabile e dai mille aspetti straordinari non solo per la durata, ma soprattutto per il carattere e la tenacia ammirevoli dei suoi due principali protagonisti. Una caratteristica che deve essere presente – in modo certamente meno eccezionale – in chi vuole affrontare, nella vita, un qualunque cammino.
Impersona Hasekura. Fai il suo ultimo tratto.
Centosette chilometri da Civitavecchia al Quirinale. Prendi la tua credenziale, falla timbrare tappa dopo tappa, e completa l’arrivo cominciato quattro secoli fa.

